industria VS agricoltura

industria VS agricoltura

olivetoCito testualmente:
Riuscire a produrre olio extravergine di oliva a un costo inferiore al suo prezzo all’ingrosso è un obiettivo che l’agricoltura superintensiva riesce a perseguire e concretizzare, mentre è pressoché irraggiungibile per l’agricoltura estensiva e ancor di più per quella tradizionale“…incipit di un articolo sulla rivista di settore OLIVO E OLIO, argomento olivicoltura superintensiva, studi e considerazioni presentati alla IX giornata dimostrativa di raccolta delle olive in continuo organizzata dal dipartimento delle scienze agro-ambientali e territoriali dell’Università di Bari.

L’olivicoltura italiana non è tutta uguale, si dice, comprende vari sistemi culturali:
sistemi colturali tradizionali, in auge fino alla seconda metà del XX secolo, oggi l’80% dell’intero settore olivicolo italiano, con piante secolari, grandi, impianti a sesto largo, spesso irregolare in consociazione con altre colture, frutticole o erbacee, con scarso livello di meccanizzazione, tutte caratteristiche che la rendono rilevante sotto il profilo paesaggistico;
impianti intensivi, dal 1980 circa, con sesti più fitti e regolari, esclusione di consociazioni, diminuzione del volume della chioma, alta meccanizzazione sia in potatura che in raccolta;
impianti superintensivi, dall’inizio del XXI secolo, che si affermano grazie alla disponibilità di macchine scavallatrici per la raccolta in continuo delle olive e che spingono a modificare le tecniche colturali dell’olivo. Per questa tipologia di raccolta le varietà ideali sono state identificate nelle spagnole Arbequina, Arbosana e Koroneiki, e poche altre, piante a portamento eretto, vigoria scarsa, entrata in produzione precocissima…

In questo caso i costi per la gestione dell’oliveto, dicono, diminuiscono enormemente: “un ettaro di oliveto tradizionale richiede 142 ore di lavoro di un operaio, un ettaro di superintensivo solo 30, un quinto“.

uliveto superintensivo
uliveto superintensivo

Passiamo ad alcune riflessioni. O meglio una rilettura.

L’80% dell’agricoltura italiana è di tipo tradizionale, con i nostri begli alberi grandi e antichi, con i sesti ampi, intervallati nelle nostre zone da orti, frutti e file di vite. Le consociazioni vengono da sapienze del passato, il mestiere del potatore è nobile e ricercato...è un settore in difficoltà certo, ma in cui lavora e investe moltissima gente, moltissimi giovani. Dovremmo modernizzarci, e passare dai nostri dei sesti larghi e vari, con le nostre belle e grandi chiome autoctone, tutte le nostre varietà (in Italia oltre 100? 150?) ad un impianto intensivo, ANZI NO, CHE DICO, superintensivo, con la pianta ideale, che è un arbustino spagnolo che non cresce se non entro certi limiti, eliminare tutte le consociazioni, E COMPRARE UNA BELLA MACCHINA SCAVALLATRICE con cui potremo finalmente potare i nostri ulivi con quella bella forma a siepe quadrata, tutta uguale, tutta dritta, e potremo raccogliere le olive nella metà del tempo, NO, CHE DICO! in un quinto del tempo!
E tutti lavoreremo un quinto del tempo! Altro che operai potatori, donne col fazzoletto e uomini col cappello che raccolgono le olive! Tutti a guardare la meravigliosa scavallatrice.
Certo, COSì SI ABBASSANO I COSTI, si fa tutto prima, più in fretta, più veloce. A proposito, anche i frantoi tutti dovranno attrezzarsi per lavorare in un quinto del tempo! La campagna olearia deve durare due, tre settimane?
Via, impianti nuovi, macchine nuove, devastiamo il paesaggio, compriamo scavallatrici e trattori sempre più potenti. Non ci si indebita mica così. Non si distrugge l’ultimo piccolo valore aggiunto della nostra agricoltura. NO NO. SI PRODUCE SOLAMENTE AD UN COSTO INFERIORE AL PREZZO ALL’INGROSSO.
Sicuramente siamo noi di paesetto che siamo retrogradi. Si, sarà così.
Ma uno sguardo al superintensivo già sperimentato altrove, magari in altri settori, magari oltreoceano lo darei.

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Stefania

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