un altro bollino per l’olio extravergine 2


Un’altra grande trovata per intervenire sull’universo delle frodi nel mondo dell’extravergine: “Un contrassegno, coniato dal Poligrafico e Zecca dello Stato, cingerà il collo delle bottiglie certificandone l’identità: solo olio ottenuto da olive italiane, trasformato in Italia e tracciato dalla pianta alla tavola. Margini d’errore sulla garanzia del prodotto: zero. Uno strumento destinato a infliggere un colpo letale a chi intende frodare, sofisticare e contraffare, ma anche a chi, con furbizia, aggira norme e regole o ne sfrutta le debolezze, ingannando il consumare distratto” (da Teatro Naturale).

Olio, la battaglia dei ‘piccoli’ per la qualità: arriva il contrassegno per l’extravergine 100% italiano”, titola Repubblica on line.

Schermata 2016-02-12 alle 10.35.32Quindi: procedure di tracciabilità, un codice numerico, codice QR, accessibilità immediata delle informazioni di produzione della bottiglia d’olio che ci troviamo dalle mani. Bene benissimo. Quanta burocrazia, quante carte, quanti altri registri on line, quanta dematerializzazione, quanti strumenti, quanti costi, perché il bollino stampato dalla Zecca mica sarà gratuito…

Quanta sempre maggiore distanza si percorre dall’origine delle cose, dal rapporto con la natura organica del mondo. Ci racconta Stefano Boni, in un’intervista in cui parla del suo bellissimo libro HOMO COMFORT, che siamo nel bel mezzo di “una trasformazione culturale interna ad Homo Sapiens. Si passa da un Homo Faber, una umanità che attiva tecniche artigianali ad Homo Comfort che delega il protagonismo tecnico alle macchine. Il primo adotta tecniche che richiedono operatori tecnici abili, attenti, corporalmente dotati, il secondo spesso si limita a gesti tecnici basilari quali spingere un pulsante. Le filiere tecniche del primo sono in necessaria simbiosi con l’ambiente naturale e sociale circostante, il secondo attiva catene tecniche delocalizzate, globali, anonime”.

Delocalizzate. Globali. Anonime.

HomoComfort_01

La distanza che un’oliva percorre fino alla bottiglia nello scaffale del supermercato a millemila miglia da dove è stata prodotta è incalcolabile, perchè è si distanza kilometrica, ma anche e soprattutto esistenziale.

Le produzioni distanti dall’organico, quelle delocalizzate, globali e anonime ci dovrebbero porre davanti a un bivio: essere tubi, che ingurgitano ogni cosa (parliamo di cibo come di cultura e di etica). Oppure rifiutare questo status morbidamente denominato “consumatore distratto”, e formulare domande.

Partendo dalle estremità per arrivare al nucleo: dal sarà un extravergine vero, all’estremo ma esisterà davvero l’albero da cui provengono queste olive?

Argomento male e di passione, perché la tematica mi coinvolge e scotta.

Da produttrice-consumatrice sono atterrita da questa routine perversa. Andare a fare la spesa, è diventato un incubo. Mi sento minacciata da tutti quegli scaffali pieni di menzogne. Allora cerco i volti e le storie. Perché mi rassicura comprare le arance da tre ragazzi siciliani, o le mele bio direttamente dal produttore, o la farina dal piccolo mulino dietro casa. Perché si, il piccolo mulino dietro casa c’è sempre.

Quindi la soluzione non è il collarino, ma la relazione. La vicinanza e la non ignoranza, nel senso di conoscenza e partecipazione. Il contatto con l’organico, declinato come abbattimento degli schermi che ci distanziano da ciò che è vivo. La ricerca di prodotti vicini il più possibile al produttore, che solo questo ci può restituire la VERITÀ! (che poi la verità si scambi col tempo, questo è più che equo, l’alternativa sono i carrelli con mutande-latte-carne-fresca-stucco pronto-salsa di soia-frutto della passione-pollo in offerta)

È una sorta di battaglia evoluzionistica. O ci evolviamo, uscendo da questo grande doping delocalizzato globale e anonimo del tutto e sempre e subito, oppure ciao.

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2 commenti su “un altro bollino per l’olio extravergine

  • Ilario

    Tutto sommato trovo le tue osservazioni ottimistiche. Non hai valutato il fatto che troveranno il modo per aggirare anche il collarino. Non hai considerato che anche dietro casa c’è gente pronta a fregarti se pensi di essere un consumatore attento ma stai solo ‘delocallizando’ la tua presunta attenzione (“è a km 0 e quindi mi fido ciecamente”).
    Ma voglio provare ad essere parzialmente ottimista anche io: nessuno convincerà tutti quanti a cambiare abitudini senza un motivo valido, lampante e a basso costo.E questo motivo nazionalpopolare, lo sappiamo, non esiste. Quindi rimangono solo le PICCOLE COSE: piccole azioni, piccoli gruppi di consumatori attenti, piccoli produttori, piccoli (brevi) percorsi, piccole rivincite, piccoli virtuosi (?) esempi… e forse qualcosa cambierà.

  • admin
    admin L'autore dell'articolo

    Parzialmente ottimistica si. Perché in fondo credo nelle buone pratiche, come te, perché ognuno di noi le applica come può quanto può dove può. Non invertiremo la rotta, ma almeno le nostre PICCOLE COSE sono differenti. Non ho neanche valutato la frode del collarino, perché il collarino in se è una buffonata inutile, come altri mille collarini che negli anni abbiamo messo a ste bottiglie. E LA RELAZIONE è l’unica cosa che fa la differenza. Neanche il km0 fa la differenza, se non in parte (almeno in termini di co2). Solo la relazione! La PARTECIPAZIONE, in una qualche maniera!