questo è un post di coscienza agricola

1414d7b386c7c1f0345c4290a84eb2acCome direbbe Joel Salatin, per capire come lavora un agricoltore o un allevatore, invece di guardare le sue scartoffie, i suoi premi, le sue certificazioni, e ancor prima di guardare i suoi campi e i suoi allevamenti, ci sarebbe da dare uno sguardo alla sua libreria.

Coltura e Cultura, siamo sempre più convinti che a differenziarli sia solo una vocale, nel senso più profondo del termine.

La questione dell’agricoltura è più di tutto e prima di tutto una questione culturale.

Il nostro percorso è all’indietro, e tentacolare. Nel senso che: la conoscenza in campo agricolo si acquisisce per osmosi, per esperienza, lavorando con le mani, con chi se ne occupa da tempo e ha molto da insegnare. Gli insegnanti si cercano prima adulti e poi vecchietti. Perché ad un certo punto scopri che più indietro si va con i decenni più i contadini erano colti, sapevano un milione di cose, avevano una visione olistica del loro mestiere. Non riducevano il loro sapere a saper guidare un trattore e spargere il mitico NPK (concime ternario a base di azoto, fosforo e potassio), identificato come unica necessità delle piante da parte di Justus Freiherr von Liebig, il padre e profeta della concimazione chimica. Non erano solo contabili della produttività per ettaro, ma veri e propri custodi di pratiche e saperi raffinatissimi e antichi.

Poi anche gli insegnanti in carne ed ossa non bastano più, e arriva la letteratura. Gilles Clement col suo giardino planerario, dove l’ordine contadino tra il sé e l’altro, ovvero le piante coltivate e le “malerbe” viene sovvertito, viene fuso in un concetto ampio e filosofico. E le malerbe vengono correttamente rinominate in “spontanee”. E l’altro, il diverso, ritorna ad essere parte del sé, aiuto per la sua definizione, parte di un ecosistema, di cui peraltro costituisce una porzione dominante!

Masanobu Fukuoka, con la sua pratica del non fare, il giardino dell’eden, le consociazioni spontanee e intrecciate senza lavorazioni del terreno, in una dimensione agricola che è soprattutto contemplativa. Produttivissima, attenzione! Ma lontana dal concetto “lo disse quell’omo saggio che la terra è bassa…”.

E poi Michael Pollan, col suo Dilemma dell’onnivoro, che riflette sulla filiera dell’allevamento, tirando in ballo così tante dinamiche che è un libro che ti fa venir voglia di leggere almeno altri 150 libri.

E poi i padri del filone natural e organic, il biologico, e Steiner, e la permacultura, e la biodinamica, e il sinergico…

Per ora, in questo universo di informazioni scegliamo di apprendere quanto più possibile, mescolare quanto più possibile, riflettere, e soprattutto continuare a fare. A coltivare sperimentando metodi differenti e antichi, a mettere in pratica una piccola utopia. Concretissima! Semplicissima! A utilizzare la natura e quello che succede nel mondo spontaneo come esempio.

Ad abbattere convinzioni create l’altro ieri e luoghi comuni. A sgretolare certezze per crearne altre, meticce.

Di nuovo, attenzione! Non ibride. Meticce.

Quindi si. La qualità dell’agricoltura sta proprio nella profondità delle sue radici.

 

E per fare una postilla. Liebig alla fine del suo percorso intellettuale ed umano lasciò un testamento, che nel 1996 venne pubblicato sulla rivista di AIAB “Bioagricultura”. Nessuna industria chimica, nessun istituto professionale per l’agricoltura o nessuna facoltà di scienze agrarie, però, ristampa o mette in biblioteca il testamento del barone Justus. Eccone un estratto.

Sfortunatamente la vera bellezza dell’agricoltura, con i suoi stimolanti principi intellettuali è quasi misconosciuta. L’arte dell’agricoltura si perderà per colpa di insegnanti ignoranti, ascientifici e miopi che convinceranno gli agricoltori a riporre tutte le loro speranze in rimedi universali, che non esistono in natura. Seguendo i loro consigli, abbagliati da risultati effimeri, gli agricoltori dimenticheranno il suolo e perderanno di vista il suo valore intrinseco e la sua influenza (…)

Confesso volentieri che l’impiego dei concimi chimici era fondato su supposizioni che non esistono nella realtà. Questi concimi dovevano condurre a una rivoluzione totale dell’agricoltura. Il concime di stalla doveva essere completamente abbandonato, e tutte le sostanze minerali asportate dalle coltivazioni dovevano venire rimpiazzare con concimi minerali. Il concime avrebbe permesso di coltivare sullo stesso campo, con continuità e in modo inesauribile, sempre la stessa pianta, il trifoglio, il grano ecc., secondo il piacere e le necessità dell’agricoltore. 

Avevo peccato contro la saggezza del creatore e ho ricevuto la giusta punizione. Ho voluto portare un miglioramento alla sua opera e nella mia cecità, ho creduto che nella meravigliosa catena delle leggi che uniscono la vita alla superficie della terra, rinnovandola continuamente, ci fosse un anello mancante, che io, questa debole e impotente nullità, potessi rimpiazzarlo.”

TIÈ.

 

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