nel 2020 esisterà ancora l’olivicoltura italiana?


leggo questo articolo stamattina.
l’italia produce meno di quanto consuma.
quindi importa ed è sempre più  dipendente dalla spagna.
l’italia però non si rivolge al mercato nazionale, in cui la domanda supera l’offerta(!), bensì all’export…
i numeri sono: nel 2020 produzione intorno alle 470mila tonnellate, export intorno alle 350mila e import intorno alle 500mila???

più sotto si legge: “L’Italia continuerà a boccheggiare perchè ormai ha esaurito le sue risorse produttive e il mito della crescita basata sull’importazione della materia prima (olio sfuso) per l’esportazione del prodotto finito (olio imbottigliato) si è rivelata una chimera.

La Spagna ha acquisito i marchi italiani per la fase di start up, di avviamento, ma ora sta invadendo i mercati, soprattutto quelli emergenti, con i propri brand. Della serie: impara l’arte e mettila da parte.

importazione di materia prima? esportazione di prodotti finito? mercati emergenti?

ma se la produzione italiana non basta neanche per il fabbisogno italiano?

da integralista del kmzero vorrei aprire un dibattito, non  tanto sull’allarme generale, quanto sulla necessità di C.A.M.B.I.A.R.E. le nostre abitudini da addicted del supermercato, dell’esportazione, della conquista del far west. e abbasta!!

da www.teatro naturale.it

Nel 2020 esisterà ancora l’olivicoltura italiana? E’ tempo di suonare l’allarme generale

A dominare incontrastata sarà la Spagna. L’Unione europea descrive il lento declino che attende il settore oliandolo in Italia e Grecia. E’ la fotografia di un paese che tira solo a campare, soprattutto grazie all’export

di Alberto Grimelli

Le previsioni del Dipartimento Agricoltura e Sviluppo Rurale dell’Unione europea, pubblicate a fine luglio, segnalano che l’Italia oliandola si avvia verso il coma profondo.

Un’analisi ancor più preoccupante perchè il trend indicato dagli esperti dell’Ue si basa su dati storici e non su ipotesi e scenari più o meno attendibili. Continuando con questo andazzo nel 2020 l’Italia produrrà 470mila tonnellate d’olio d’oliva. Dando per buoni gli odierni dati ufficiali, ovvero una produzione di 540mila tonnellate, significa una riduzione produttiva del 12% in 8 anni.

Considerando che il consumo al 2020, anch’esso al ribasso, è stato valutato dall’Ue a 620mila tonnellate, significa che il nostro Paese continuerà imperterrito a produrre molto meno di quanto consuma. In altre parole saremo dipendenti dall’estero, ovvero dalla Spagna, per quanto riguarda l’olio d’oliva.

Già, perchè il toro iberico, nonostante la crisi, nonostante quotazioni ai minimi termini, non perderebbe un colpo, anzi approfitterebbe della crisi di Italia e Grecia per affermarsi come re incontrastato del settore.

I numeri spagnoli, se le previsioni degli analisti di Bruxelles si rileveranno esatte, fanno realmente impressione. La superficie olivetata dovrebbe incrementare sensibilmente, raggiungendo i 1,77 milioni di ettari, di cui quasi la metà irrigui. La produzione è stimata così salire fino a 1,86 milioni di tonnellate nelle annate di carica e 1,4 milioni in quelle di scarica. I consumi degli spagnoli dovrebbero crescere e attestarsi sui 13 Kg/pro capite/anno, per un consumo interno complessivo di 632 mila tonnellate. Consumeranno più degli italiani ma avranno comunque da vendere più di metà della propria produzione all’estero, soprattutto fuori dai confini comunitari.

L’Italia, nel frattempo, tenterà ugualmente di tenersi a galla grazie all’export che dovrebbe salire di qualche punto percentuale, oltrepassando le 350mila tonnellate entro il 2020. Stabili dovrebbero rimanere le importazioni, intorno alle 500mila tonnellate. Quello che perderemo in consumi interni lo guadagneremo in export ma non ci sarà alcun incremento dei volumi commercializzati, segno evidente di un settore alla frutta.

Meglio di noi anche la Grecia. La nostra olivicoltura dovrebbe continuare ad attestarsi su 1,14 milioni di ettari mentre le superficie olivetata greca dovrebbe crescere fino a 767mila ettari. Solo un impiego ridotto dell’irrigazione dovrebbe quindi portare a una riduzione prospettica della produzione annuale, prevista in calo del 10% entro il 2020, a 270mila tonnellate.

 

Uno scenario talmente nero che porta inevitabilmente a chiedersi se esisterà ancora un’olivicoltura italiana di qui al 2020.

Non è più neanche tempo di allarme, ormai occorre un po’ di sano allarmismo.

Non è più questione di salvare qualche olivo secolare o qualche migliaio di stanchi e vecchi olivicoltori hobbisti.

Il problema è proprio salvare il settore oleario del nostro Paese.

La Spagna continuerà a svilupparsi perchè le sue aziende, ivi compresi gli industriali e gli imbottigliatori, continueranno ad avere un ampio e crescente bacino produttivo a cui attingere. 200mila tonnellate di export in più in 8 anni, secondo quanto stima Bruxelles, significano un fatturato potenziale, a 2 euro/kg, di 400 milioni di euro. Si tratta di soldi che verranno spesi in Spagna, investiti in Spagna, che creeranno occupazione in Spagna.

L’Italia continuerà a boccheggiare perchè ormai ha esaurito le sue risorse produttive e il mito della crescita basata sull’importazione della materia prima (olio sfuso) per l’esportazione del prodotto finito (olio imbottigliato) si è rivelata una chimera. Chi ha le risorse imparerà a sfruttarle a dovere e, presto o tardi, creerà da sé valore aggiunto, senza attendere che lo facciano gli altri. E’ quanto accaduto, e sta accadendo, nel settore siderurgico. Una storia che si ripete in quello oleario. La Spagna ha acquisito i marchi italiani per la fase di start up, di avviamento, ma ora sta invadendo i mercati, soprattutto quelli emergenti, con i propri brand. Della serie: impara l’arte e mettila da parte.

Occorre reagire e farlo in fretta, magari imparando proprio qualcosa dalla Spagna: senza olivicoltura non c’è neanche settore oleario.

di Alberto Grimelli


Leggi anche:

Rispondi